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Don Claudio ringrazia di cuore tutti i numerosi amici che lo hanno accompagnato nel doloroso momento della perdita della mamma Maria Amelia e l’hanno sostenuto con la preghiera e l’affetto. Alle parole dell’omelia, tenuta durante il funerale di mercoledì 13 dicembre, il compito di esprimere i sentimenti di cristiana confidenza nel Signore che ci circonda di bontà e misericordia

Omelia di don Claudio al funerale della mamma Maria Amelia
Mercoledì della II settimana di Avvento (13 Dicembre 2017)
Letture della feria: Is 40,25-31; Sal 102 (Benedici il Signore, anima mia); Mt 11, 28-30

Una domenica sera, una domenica di Avvento, nel giorno della risurrezione del Signore, nell’ora in cui il sole tramonta e l’attesa si fa più intensa del Signore che viene a visitare il suo popolo nella pace: è il momento ideale per andare incontro al Signore! E così, nonostante il dolore grande per la perdita della mamma — sicuramente molti di voi l’hanno già provato — è tuttavia un momento di visita del Signore, che dona la sua pace e porta a compimento l’esistenza. Non voglio dimenticare tutti i suoi benefici, sono certo che il Signore salva dalla fossa la nostra vita e ci circonda di bontà, di misericordia.
Ogni sera, la Compieta, l’ultima preghiera della Liturgia delle Ore, termina con questa invocazione: “Il Signore ci conceda una notte serena e un riposo tranquillo”. Il testo antico originale, in latino, però non parla di riposo tranquillo, ma dice: finem perfectum. Mi piace molto di più questa formula latina, perché vuole dire una “fine perfetta”, un compimento pieno dell’esistenza. Ed era da parecchio tempo che ogni giorno, nelle preghiere, aggiungevo questa invocazione, proprio per mia mamma, chiedendo al Signore che le concedesse finem perfectum. Mi ha ascoltato! E ci ha circondato con la sua bontà e la sua misericordia in una domenica sera: tranquilla, nel suo letto, senza dolori, nel giro di due ore si è spenta, con la mano nella mia. Non è una vita finita, è una vita compiuta … c’è differenza.
È il compimento perfetto. Noi, a questo siamo chiamati!
Il popolo di Israele in esilio non aveva quasi più speranza e, sentendo con dolore la perdita di tutto, ripeteva: “La mia via è nascosta al Signore”. Ma il profeta rivolgendosi al suo popolo, lo scuote: Ma come puoi dire una cosa del genere? Non lo sai? Non hai udito? Il Signore conosce bene la tua situazione. Egli fa uscire in numero preciso le stelle; anche se sono tantissime, le conosce una per una, così conosce la nostra vita, una per una; ci conosce, ci segue, ci accompagna. Non gli è nascosto niente della nostra esistenza e guida i nostri passi secondo il suo progetto.
Il segreto della nostra vita è proprio quello di lasciare fare a lui e di affidarci con serenità alla sua guida, di lasciarci “circondare di bontà e di misericordia”. Lui non si affatica, non si stanca, anzi lui dà forza allo stanco e moltiplica il vigore dello spossato. Non è la forza dei giovani che determina qualcosa nella vita, cioè non sono le nostre capacità, le nostre energie a combinare qualcosa; è la nostra speranza in lui che dà forza alla vita. “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi”. È quello che dobbiamo fare nella nostra vita: egli dà senso alla nostra esistenza, perciò “correre senza affannarsi” significa non correre a vuoto, ma correre verso la meta, perché noi abbiamo l’obiettivo. Non può essere un finem perfectum, se non c’è l’obiettivo a cui tendere: l’obiettivo è il Signore!
Perciò è importante, nella nostra considerazione dei defunti, superare l’idea del ricongiungimento famigliare o la chiusura nel nostro piccolo angolo degli affetti domestici. È il Signore l’obiettivo della nostra vita, per tutti e per ciascuno; il senso della nostra esistenza è l’incontro col Signore; essere con lui per sempre, questo è l’obiettivo, questo rende compiuta la vita, è lui il fine, perché è lui perfetto; il fine da raggiungere è lui. Ed è proprio rimanendo attaccati a lui che possiamo raggiungere il nostro fine.
Quando sei anni fa ho iniziato il ministero di parroco qui a Varazze, ho preso come suggerimento quella splendida parola che il Signore Gesù rivolse alla giovane Caterina da Siena: “Tu pensa a me che io penserò a te”. E posso dire che davvero in momenti difficili il Signore ha pensato a me, ci ha pensato lui, mi ha fatto andare le cose come dovevano andare e nel dolore voglio ringraziarlo, perché lui ha pensato a me! Questo ci insegna a rinnovare la fiducia, a sapere che, se siamo stanchi e oppressi, lui ci dà ristoro. Abbiamo preso il suo giogo, ci siamo legati con lui: adesso la forza la fa lui, è lui che porta, è lui che tira. Noi vogliamo imparare da lui, mite e umile di cuore, vogliamo lasciarci portare dalla sua forza, perché il suo giogo è dolce, il suo peso è leggero, è la forza della nostra vita, è il compimento della nostra esistenza.
Una pagina del Vangelo di Giovanni mi è molto cara e da anni ci penso, proprio per questo momento. È una delle parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena, quando annuncia la propria morte con l’immagine del parto e dice: “La donna quando partorisce è afflitta, perché è giunta la sua ora, ma quando nasce il bambino non ricorda più la sofferenza, perché è venuto alla luce un uomo. Così anche voi – dice Gesù ai suoi discepoli – adesso siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo! È la vostra tristezza si cambierà in gioia”. Tante volte mia mamma mi ha raccontato del parto doloroso con cui sono nato … Adesso è un altro momento di parto: il trauma della morte è un momento di nuova generazione, di rinascita. Ne sono certo: la tristezza si cambierà in gioia, il dolore del parto fa venire alla luce un uomo e fa nascere la vita.
Noi crediamo nel Signore della vita e nelle sue mani affidiamo la nostra sorella, la mia mamma.

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