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Il titolo del mio intervento prende le mosse da un versetto del Salmo 8: in esso si adopera il verbo della cura ed è attribuito al Signore con tono di ammirato stupore. La lettera agli Ebrei (2,6) cita lo stesso versetto per ribadire che il Signore si prende cura dei figli di Adamo al punto da condividerne in tutto l’esistenza al fine di redimerli o – come potremmo dire noi – per guarirli. Il verbo greco che esprime questa cura premurosa (epimeléomai) compare poi nella parabola del buon samaritano (Lc 10,34.35) che possiamo interpretare nell’ottica patristica come figura cristologica del desiderio di curare e guarire l’uomo ferito. Vi propongo dunque l’esegesi del Salmo 8 e della parabola lucana per trarne la conclusione teologica e pratica che concerne l’oggetto del nostro seminario: “Mi prendo cura di te”.

Il contesto del Salmo 8 

Il Salmo 8 viene dopo il Salmo 7 e precede il Salmo 9! Non è una banalità quello che ho detto – anche se lo sembra – perché dobbiamo imparare a leggere i salmi nel loro contesto. Quando ho studiato io, mi dicevano che i salmi sono una antologia disordinata di testi che compongono una specie di libro dei canti. Era infatti opinione comune che fosse semplicemente sufficiente il numero del salmo per cercare il canto utile alla circostanza. Inoltre, la trattazione dei diversi salmi veniva fatta con un criterio di genere letterario: in base a questa appartenenza veniva considerato un blocco di salmi. Il Salmo 8 era giustamente qualificato come un inno ed infatti è il primo che si trovi nella raccolta dei salmi. Si diceva però che è fuori contesto, è un inno in mezzo a tanti altri testi che sono invece lamentazioni; non per nulla per trovare un altro inno bisogna arrivare ai Salmi 18 e poi al 28. Negli ultimi anni, andando avanti la ricerca, si è tornati indietro; si è cioè recuperata l’impostazione patristica che riteneva necessario leggere i salmi nel loro ordine. Studi più approfonditi del Salterio hanno fatto emergere come in realtà non si tratti di una antologia disordinata di testi, bensì di una compilazione molto accurata, per cui ogni salmo deve essere studiato nel proprio contesto, tenendo conto del salmo che viene prima e di quello che viene dopo; ecco a che cosa era dovuta la battuta iniziale.

Diventa però interessante ragionare sul fatto che in questa prima serie di salmi, che per comodità chiamiamo semplicemente con dei numeri, il genere letterario inno – che celebra il Signore – sia raro: sono solo l’8, il 18 e il 28. Analizzando allora il contesto, ci si è accorti che questi salmi, in quanto inni, sono dei centri, costituiscono il perno di una trattazione più articolata. La costruzione diventa quindi molto interessante se noi leggiamo di seguito i salmi dal 3 e al 7. Dopo questi cinque salmi, scavalcando l’8, leggiamo ancora i salmi dal 9 al 13, altri cinque salmi. Sono 5 + 5 pianti, che esplicitano situazioni di uomini in situazioni tragiche, di ingiusti che predominano, di giusti che soffrono, di innocenti perseguitati, di persone calunniate, di malati che sono alla fine e continuano a dire: “Ma è possibile che la situazione sia così brutta?”. In mezzo a dieci lamenti di poveri uomini afflitti e depressi c’è un centro stranissimo in cui si dice: “Che bella cosa è l’uomo!”. Se isoliamo il Salmo 8 non riusciamo a cogliere questo contrasto. Infatti un criterio fondamentale per l’interpretazione biblica è quello di valutare il contesto. È una regola che vale sempre, anche per il Salterio. Chi ha messo insieme il Salterio non ha assolutamente composto una antologia disorganica, ma ha compilato un testo di grande e ordinata bellezza. Fra il Salmo 7 e il Salmo 9 c’è corrispondenza: questi due salmi sono le cornici prossime del Salmo 8; ma anche tra il Salmo 6 e il 10 c’è corrispondenza. Ci sono legami tra un testo e l’altro, ma – per non dilungarmi troppo – evidenziamo il centro.

Un inno alla grandezza del Signore 

La lode della persona umana viene posta in mezzo a un mare di guai; c’è un’isoletta con l’uomo glorioso e intorno… una burrasca oceanica. Notiamo in partenza che il versetto del salmo «Di gloria e di onore lo hai coronato» non dimentica tutto il male, il disordine, la sofferenza, l’ingiustizia che circonda questa isola felice. Se partiamo da questo presupposto possiamo accorgerci che il Salmo 8 non è il sogno idilliaco di uno che vive fuori del mondo, che vede tutto roseo perché non ha esperienza di vita; anzi esprime proprio la consapevolezza che, nonostante tutte le situazioni negative, al centro c’è la dignità della persona umana. Questo è il primo punto da cui partiamo. Per aiutarci a capire che questo Salmo è un centro, il testo comincia e finisce con la stessa frase: è un indizio letterario importante O Signore, Signore Dio nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! Così inizia e nello stesso identico modo finisce: 10 O Signore, Signore Dio nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra! È una esclamazione che indica lode, apprezzamento, stima: “Quanto è meraviglioso il tuo nome”. Sapete che nell’originale ebraico dietro al termine “Signore” c’è il nome proprio di Dio – impronunciabile – scritto con le quattro lettere maiuscole ( YHWH ) e per questo chiamato tetragramma sacro. Nella tradizione ebraica questa formula si leggeva comeAdonai, tradotta con K.rios in greco, Dominus in latino, Signore in italiano; è il nome proprio di Dio ed è il termine che è entrato nel nostro linguaggio dialettale, ad esempio, per indicar Dio. Non abbiamo infatti nei nostri dialetti il termine Dio, ma abbiamo solo “il Signore”. Il Signore non è un termine generico come sembra a noi in italiano, ma è il nome proprio di Dio che indica la sua persona in quanto tale. Ecco perché è ripetuto due volte: “O Signore, Signore nostro”, perché nel primo caso è il nome proprio, nel secondo è il titolo che lo lega a noi. Nel primo caso è il vocativo del nome personale ed è come se noi ci rivolgessimo a una persona chiamandola per nome e poi sottolineando che è il nostro Signore, cioè strettamente legato con noi: “O Adonai, Adonai Elohenu”. Non un Signore qualsiasi, ma “nostro” Signore.

“Il nome” – nel linguaggio biblico – indica la persona in quanto conosciuta, la persona con cui si è in relazione. Quindi il “nome” è molto di più del semplice titolo denominativo, indica infatti la persona in quanto tale. Dire: “il tuo nome è mirabile” significa che la tua persona, che io conosco, è ammirabile, meravigliosa. L’inizio e la fine del salmo contengono quindi una esclamazione di stupore ammirato con cui la persona dice a Dio – chiamandolo per nome e sottolineando la relazione di unione – “Che persona meravigliosa sei!”. Come faccio a capire che sei una persona meravigliosa? Me ne accorgo da tutta la terra! Mi accorgo del riflesso della tua persona in tutto ciò che esiste; contemplo nel creato il riflesso della tua meraviglia. E allora, proprio perché riconosco questa grandezza della persona di Dio, vedo nella persona umana il massimo riflesso di tale grandezza.

I bambini sostengono Dio 

con la bocca di bambini e di lattanti: hai posto una difesa contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli. È una immagine interessante, ma non chiarissima. Si dice che il Signore difende il suo nome con la bocca di bambini e di lattanti. Quasi a dire che difendere la grandezza di Dio è un lavoro da bambini, cioè facilissimo: anche un bambino riesce a spiegarla. Forse però il significato potrebbe essere più complesso, come dire: proprio attraverso coloro che non sanno ancora parlare viene la più valida testimonianza della grandezza di Dio. In genere il lattante non è ancora in grado di parlare, perciò il bambino piccolo viene detto infante, perché non parla. Bene: proprio lui è capace di presentare la grandezza di Dio. Piccolo, debole, meraviglioso bambino, è lui stesso un discorso su Dio, più eloquente di un grande trattato filosofico o teologico. La contemplazione delle manine del bambino, la meraviglia delle sue emozioni, di quando comincia a riconoscere la madre con il sorriso, è un discorso di Dio. È quindi la meraviglia suscitata dalla perfezione di una creatura appena nata a dire quanto sia mirabile il nome di nostro Signore che – in quanto creatore – imprime alla persona umana una mirabile somiglianza con sé. Se nell’adulto diamo questa realtà per scontata, nel bambino suscita meraviglia; è proprio con la bocca di un bambino infante che il Signore riduce al silenzio nemici e ribelli.

Dalla piccolezza all’importanza dell’uomo 

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? In che contesto della giornata è ambientato il salmo? Chiaramente di notte, perché il poeta alza gli occhi verso i cieli e vede la luna e le stelle. Non dice che vede anche il sole, quindi dobbiamo riconoscerlo come un particolare importante. È un salmo notturno, una preghiera della notte, il discorso di un pastore errante dell’Asia che esce dalla tenda. Immaginatevi il vecchio Abramo che aspetta il figlio promesso da Dio, ma il figlio non arriva. Mentre Sara russa beatamente nella tenda, lui non riesce ad addormentarsi, esce e si mette a contare le stelle. Ha contato già tutte le pecore, ma non è servito; il Signore allora lo invita contare le stelle e il povero vecchio Abramo – con il magone per la mancanza di discendenza – sotto quella meraviglia di cielo stellato sembra dire al Signore: “Questa è la tua grandezza e allora… che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?”.

La formula è interrogativa e c’è una finezza intenzionale: “Ma te ne ricordi davvero? Signore, ti ricordi che ci sono anch’io? Mi sembra strano. Come fai a ricordartene con tutte le stelle che hai da accendere? Guarda quanto lavoro hai fatto stanotte per creare un cielo così bello; è possibile che ti ricordi anche di me?”. Noi che abbiamo la possibilità di vedere la terra dallo spazio – almeno dalle fotografie che gli altri hanno fatto – ci rendiamo conto molto di più degli antichi di quanto siamo piccoli e sperduti nell’universo. Eppure gli antichi saggi erano in grado di percepire questa infinita piccolezza della persona umana rispetto alla grandezza del cosmo. Esprime così la consapevolezza del limite e diviene preghiera della persona che celebra il proprio limite. Non è l’io arrogante, prepotente padrone di tutto, ma carico della consapevolezza della propria enorme povertà, della propria limitatezza. Io sono un granellino di polvere sperduto nel deserto, eppure sono convinto che tu ti ricordi di me. “Ma te ne ricordi davvero?”. Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, La precedente traduzione CEI rendeva: «l’hai fatto poco meno degli angeli». Il testo ebraico adopera infatti il termine Elohim che indica propriamente il nome di Dio, ma è il nome comune di Dio. YHWH invece è il nome proprio. Uno indica la persona in quanto tale, l’altro indica il genere di appartenenza. Elohim è usato anche per gli dei stranieri e, in un’epoca arcaica, Israele non aveva l’idea filosofica-teologica del monoteismo, adorava un Dio solo, senza respingere in modo sistematico l’esistenza di altre divinità. Invece i LXX – cioè gli ebrei traduttori della Bibbia in greco nel II sec a.C. – hanno reso l’espressione originale ebraica Elohim con “angeli”, perché hanno intuito addirittura una possibile allusione politeista – lo hai fatto poco meno degli elohim (in ebraico elohim è un termine plurale) – e allora hanno pensato ad un riferimento alle varie divinità. Ormai, però – nel II sec. a. C. – i giudei avevano maturato l’idea rigidamente monoteista e non hanno perciò osato tradurre con un termine che indicasse altre divinità. Quelli che potevano essere considerati dèi erano infatti semplicemente degli angeli, cioè delle figure soprannaturali, ma inferiori a Dio e dipendenti da Dio. Ecco allora il motivo per cui in greco la LXX tradusse: «l’hai fatto poco meno degli angeli». Così ha mantenuto la Volgata, così aveva tradotto anche il testo CEI del 1971. Nella nuova traduzione si è pensato di scavalcare la tradizione plurisecolare e di ritornare al senso originale dell’ebraico, anche perché nel nostro linguaggio una affermazione del genere: “lo hai fatto poco meno di un dio” non fa problema. L’uomo è quasi un dio, è stato fatto però poco meno. di gloria e di onore lo hai coronato. Questo versetto testimonia a pieno la grandezza della creatura umana e lascia intravedere la destinazione gloriosa che lo attende. Vedremo che il riferimento preciso è a Cristo, ma Cristo, in quanto uomo, riflette la condizione di tutti gli uomini che si affidano a lui. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi: tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna, gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari. Un bell’elenco di animali. Dove sta la dignità dell’uomo? Nel fatto di avere potere sulle opere delle mani di Dio, cioè di mettersi sotto i piedi greggi, armenti, bestie della campagna, uccelli del cielo e pesci del mare? Ma ve li siete mai messi sotto i piedi gli uccelli del cielo e i pesci del mare? E se voi doveste presentare la dignità della persona umana, usereste questo linguaggio? Per dire che l’uomo è una grande creatura, direste che domina sugli animali, dilungandovi nel presentare i vari generi di animali? No!

Noi diremmo dell’altro; questo linguaggio non appartiene al nostro modo di parlare. Ma nella prima pagina della Genesi, nel grande poema sacerdotale della creazione – laddove si parla dell’uomo creato a immagine di Dio – quando Dio dà la benedizione all’uomo, che cosa gli dice? «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Genesi 1,28).

L’uomo, pastore della propria animalità 

Siamo di nuovo da capo. Se quel quadro iniziale è l’emblema del personaggio vertice, per definire l’umanità la si caratterizza come chi domina gli animali? Ci accorgiamo che ci deve essere qualcos’altro? Una lettura letterale è estremamente povera. Vuol dire che il nostro teologo ha messo come caratteristica fondamentale dell’uomo il fatto di dominare gli animali? Questo significa essere uomo, questa è la sua grandezza? State dicendo mentalmente di no, ma nello stesso tempo vi state domandando: “Ma allora che cosa significa?”. Vi rispondo con una frase di un grande teologo biblico, Paul Beauchamp: «L’uomo diventa umano, quando sa essere pastore della propria animalità». Ecco il significato di quell’elenco di animali. C’è una animalità anche nell’uomo che è posto proprio poco sotto Dio, ma sopra gli animali: l’immagine della persona in relazione con Dio vuole indicare, in questo quadro poetico e teologico, la tensione dell’uomo che domina la propria animalità per tendere alla divinità. L’imperativo di Dio: “Siate fecondi” non significa semplicemente “fate figli”, ma piuttosto crescete, nel senso di maturare e in questa dinamica umana l’aiuto di Dio è indispensabile. È per questo che, sempre nella creazione, Dio dice “facciamo l’uomo” (Gen 1,26). Un plurale proprio per esprimere che solo assieme, nella buona relazione dell’uomo con Dio – quel rapporto che Paolo chiama “giustizia” – l’uomo viene “fatto”, “costruito”, “realizzato” nella pienezza della sua umanità. «Crescete» è quindi un verbo molto più profondo, non significa aumentate di statura e neanche unicamente di numero. Significa entrambe le cose; lo si dice a un bambino piccolo, augurandogli di diventare grande. Ma dove sta il significato metaforico nella benedizione che Dio dà all’essere umano all’inizio? È una benedizione di crescita. Questo vale anche quando la statura si ferma e vale anche quando di figli non se ne mettono al mondo più. L’imperativo “crescete”– che è benedizione, non comando – vale per tutti i giorni della nostra vita, in tutte le condizioni. La traduzione dice “siate fecondi” che non è solo una questione riproduttiva, perché mentre questa non è possibile per tutti gli esseri umani (e l’Antico Testamento indica molte situazioni di sterilità), la fecondità, cioè la crescita umana e spirituale è possibile a tutti. Crescete e moltiplicate le relazioni, diventate grandi, capaci di molteplici relazioni. «Riempite la terra», cioè portatela a compimento, date pienezza al mondo, non semplicemente occupate tutti gli spazi liberi, ma rendete piena l’esistenza terrena e soggiogate, cioè mettete sotto il giogo due elementi diversi; è l’immagine dei due elementi animali che vengono uniti per un servizio. «Dominate». Un filosofo analista moderno direbbe: dominate quegli istinti profondi che nuotano nell’abisso del vostro sub-conscio. Ci sono dei pesci profondi su cui voi dovete dominare e ci sono anche degli elementi che volano alto: sono proprio i vostri desideri, come gli uccelli del cielo, le aspirazioni, i grandi ideali, le ambizioni più eccelse. Mettete sotto i piedi, sia i pesci del mare sia gli uccelli del cielo e tutti quegli altri elementi selvatici e domestici che fanno parte della vostra sensibilità. Alcuni sono facilmente addomesticabili, altri sono invece molto più restii a lasciarsi sottomettere. È tutto quello che striscia a fior di pelle: sensazioni, emozioni, reazioni che fanno parte del tuo carattere, del tuo essere.

La dignità dell’uomo sta proprio in questa capacità di dominare, non eliminare, ma controllare, pascere questo gregge immenso che è tutto l’insieme della nostra animalità, del nostro essere, del nostro essere animale. Animale in fondo ha la radice di anima. In greco zóon “animale”, “essere vivente” ha la radice di zoécioè “vita” (lo stesso vale anche in ebraico per il vocabolo chajah). Quindi non si parla tanto di animali come bestie, ma di “viventi”. Perciò l’uomo diventa umano nella sua capacità di pascere la propria animalità, mentre – quando l’animalità predomina – l’uomo è disumano e perde la dignità. Facendo degli elenchi di animali, l’autore suggerisce degli esempi. Prendete i giornali e avete anche oggi tutti gli esempi che volete di atteggiamenti umani e dis-umani. A che cosa sono dovuti? All’emergere di pulsioni, desideri, rabbie, paure, ambizioni e di tutti gli elementi che fanno parte della nostra vita, anche di coloro che hanno vissuto bene, con una grande dignità umana.

La lettura cristologica del salmo 

Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Ma chi è quest’uomo di cui si parla? È l’uomo in genere? La poetica ebraica ha l’abitudine di dire due volte la stessa cosa, con un sistema che si chiama parallelismo. La seconda metà del versetto ripete quindi la prima metà, cambiando parole e il cambio delle parole molte volte è utile per poter capire qualche termine. Nella seconda parte, dunque, il termine uomo è parafrasato con «figlio dell’uomo». Che cosa vuol dire “figlio dell’uomo”? Non è certo una formula banale, semplicemente un sinonimo di uomo! Il termine “figlio dell’uomo” è un termine tecnico di tipo messianico, apocalittico, legato a una figura celeste che viene sulle nubi del cielo. Lo si trova nel Libro di Daniele al capitolo 7. Ed è proprio questa la formula che Gesù adopera più comunemente per parlare di sé. Quando infatti Gesù vuole sottolineare la propria dimensione trascendente si definisce “figlio dell’uomo”. Chi è allora quest’uomo di cui parla il salmo? Non uno qualunque, ma il Figlio dell’uomo, cioè la figura messianica per eccellenza, il modello dell’umanità. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che l’antico autore del salmo aveva una tensione in avanti pur senza capire bene ancora verso che cosa; ma nella rilettura cristiana – dopo l’evento storico di Gesù Cristo – noi abbiamo la possibilità di capire il testo meglio di come lo pensava l’autore. Lo comprendiamo meglio noi di chi lo ha scritto, perché gli autori della Bibbia sono due: l’uomo che lo ha messo per iscritto e Dio che lo ha ispirato. Nel testo c’è infatti di più di quel che c’era nella testa dell’autore umano. Il testo biblico è portatore di un significato più grande e l’autore divino vi ha messo una potenzialità di senso che si può capire solo dopo. La tradizione cristiana, infatti, ha letto questo salmo in chiave cristologica e diverse volte questo scritto è citato nel Nuovo Testamento. L’evangelista Matteo al capitolo 21, durante l’ingresso di Gesù in Gerusalemme – quando i bambini hanno cantato “Osanna” e le autorità giudaiche hanno imposto di farli tacere – mette sulle labbra di Gesù queste parole: «Non avete mai letto nel salmo che sono i bambini e i lattanti che procurano la lode a Dio contro nemici e avversari?». Quelli potevano dire: “Che cosa c’entri tu? Nel salmo si parla di Dio”. Gesù usa quel salmo per dire: “Vedete? Adesso i bambini stanno lodando il nome di Dio e chiudono la bocca a nemici e ribelli. Loro hanno capito molto più di voi”. Gesù adopera il salmo e lo applica tranquillamente a sé.

San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi, capitolo 15, dice che Dio ha messo ogni cosa sotto i piedi di Gesù. È solo un accenno, ma se noi capiamo bene il salmo, possiamo cogliere il riferimento. «Tutto è posto sotto i suoi piedi». Ma di chi sta parlando? Del Cristo risorto: è il Cristo risorto che domina su tutto! L’intronizzazione gloriosa del Cristo e il suo dominio universale è la realizzazione di questo salmo; vuol dire che Paolo lo leggeva in chiave cristologica. Nella Lettera agli Ebrei abbiamo il testo più esplicito; l’autore di questo scritto è un grande studioso biblico e fa parlare il testo. Ecco come commenta proprio il nostro salmo: Eb 2,Non certo a degli angeli Dio ha sottomesso il mondo futuro, del quale parliamo. Anzi, in un passo della Scrittura qualcuno ha dichiarato: Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi / e il figlio dell’uomo perché te ne curi? / Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, Cita il testo greco e quindi adopera “angeli”; anche la nuova traduzione deve rendere con “angeli” perché l’autore della Lettera agli Ebrei commentava il discorso sugli angeli e deve presentare Gesù come inferiore agli angeli. di gloria e di onore l’hai coronato / e hai messo ogni cosa sotto i suoi piedi. Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Non c’è ombra di dubbio: il Nuovo Testamento ci dice di leggere il Salmo 8 in chiave cristologica; l’uomo di cui si parla è quel povero cristo di Gesù! Ho usato apposta questa espressione, cioè il Cristo povero, nel senso di pover’uomo, morto presto e male, da giovane e su un patibolo infame. È quel povero cristo l’uomo coronato di gloria e di onore, ed è proprio la sua persona gloriosa che richiama la condizione della sofferenza. Adesso è coronato di gloria e di onore, ma è arrivato lì perché è passato attraverso la sofferenza. Ecco perché ho cominciato parlando del Salmo ottavo circondato dagli altri, perché questo salmo è una luce che viene gettata sulla condizione della sofferenza umana e il Cristo – che è l’uomo coronato di gloria e di onore – realizza proprio quel pover’uomo che ha patito concretamente ingiustizia, oppressione, iniqua condanna, eliminazione. Eppure è lui che adesso domina su tutto. È stato fatto “di poco inferiore agli angeli” nel senso che è sceso, certo, si è abbassato; come uomo è inferiore, ma proprio perché è stato solidale con la sofferenza umana è stato «di gloria e di onore coronato». Adesso lui è l’uomo vero. Nella gloria il Cristo risorto è l’uomo, veramente l’uomo; è la possibilità per l’uomo di diventare Dio. Superando quella animalità che lo rovina, diventa Dio; questa è la dignità di cui sta parlando il testo biblico ed è una dignità in divenire, dove la piena realizzazione si ha grazie ad una cura divina e, attraverso la piena guarigione, conduce alla gloria della risurrezione, di cui Cristo è il primogenito. In Cristo c’è la realizzazione del progetto; nella Beata Vergine Maria c’è l’umanità che ha raggiunto già pienamente la sua dignità; in noi come chiesa c’è l’impegno del mostrare nel mondo che questa dignità è possibile e che è la vocazione di tutti; diventa allora dono e responsabilità, non semplicemente belle parole di contemplazione. In mezzo ai guai di cui parlano gli altri salmi, il Salmo 8 nella notte del mondo – perché quando ci sono le stelle e la luna è buio – esprime la fede e la speranza di questa presenza del Figlio dell’uomo che porta a compimento il progetto divino.

Il “buon samaritano” invita a capovolgere le prospettive 

Per integrare la riflessione, consideriamo la parabola del “buon samaritano” che nel Vangelo secondo Luca (Lc 10,30-36) è incastonata all’interno di una disputa fra Gesù e un esperto della legge: essa viene collocata dopo alcuni brani che parlano di vocazione, sottolineando differenti modi di relazione con colui che chiama; subito dopo inoltre il narratore propone l’emblematico episodio dell’ospitalità che Marta e Maria offrono a Gesù. Il contesto dunque invita a considerare il tema dell’accoglienza, che si esprime in particolare nel modo con cui si ascolta la parola del Signore. Nel racconto parabolico inoltre si riflette il tema del cammino, dal momento che lo straniero misericordioso soccorre il malcapitato proprio durante un viaggio. Questo serve per richiamare l’idea che il cammino di Gesù è l’occasione buona in cui si manifesta la misericordia divina: perciò l’accoglienza migliore che si può riservare al Maestro è ascoltare seriamente la sua parola. La questione posta dallo scriba riguarda le norme di comportamento e poi si ferma sull’identificazione del prossimo: il passaggio dalla prima alla seconda questione risulta quindi significativo, giacché si passa dal fare all’essere. Su questo punto insiste l’insegnamento di Luca: non si tratta solo di fare qualcosa di buono, quanto piuttosto di essere prossimo, cioè vicino, attento e solidale. Nella prospettiva del fariseo, legato ad un ambiente sociale e religioso distinto dagli altri, è un’autentica questione interpretativa stabilire chi sia il “vicino”: il giurista infatti chiede a Gesù chi si merita di essere amato. Il racconto parabolico invece lo porta ad una conclusione paradossale, per cui constata di dover capovolgere la prospettiva. Una parabola in genere ha lo scopo di coinvolgere il destinatario, portandolo a formulare un giudizio in cui è personalmente coinvolto, anche se non se ne rende conto. Anzi, proprio perché non se ne rende conto, è più libero nel formulare una valutazione e così il parabolista può concludere la propria argomentazione, mostrando i legami col caso concreto in questione. Gesù dunque racconta una vicenda esemplare con personaggi diversi che mettono in scena reazioni differenti; termina quindi con una domanda di valutazione: Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti? (10,36). Il dottore della Legge deve compromettersi e giudicare. Ma la domanda posta da Gesù ha capovolto il modo di vedere la questione e lo ha condotto ad ammettere che l’importante è essere capace di amare. La questione non è: «Chi si merita di essere amato da me? Chi mi è amico?». Deve invece essere riformulata così: «Di chi io sono prossimo? Chi sono capace di amare? A chi mi faccio vicino? Chi tratto da amico?». In base al racconto proposto e alla domanda che gli è stata rivolta, anche se non apprezza il personaggio del samaritano, il giurista è costretto ad ammettere che è lui il modello positivo. Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui» (10,37a). Letteralmente bisognerebbe tradurre: «Colui che ha fatto (ho poiēsas) la misericordia (tò éleos) con lui (met’ autoû)». L’espressione non è corretta in greco, ma costituisce un calco semitizzante usato talvolta dai LXX per rendere alla lettera l’espressione ebraica ‘āśāh ḥesed ‘im (= “fare misericordia con…”), nel senso concreto di dimostrare affetto agendo in modo benevolo. Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così» (10,37b).

L’obiettivo della parabola è stato raggiunto: il destinatario ha compreso e condiviso il messaggio di Gesù. Si ritorna perciò al verbo iniziale («che cosa devo fare?») e alla conclusione della prima parte («fa’ questo e vivrai»). L’imperativo presente di “fare” (póiei) segue però l’imperativo presente di “camminare” (poréuou): proprio nel contesto narrativo del cammino di Gesù, il maestro invita il dottore a mettersi anch’egli in cammino in modo abituale e per divenire in modo permanente capace di vedere nell’altro un amico da amare.

Un racconto esemplare 

Nell’originale greco l’ultima parola del testo è l’avverbio “ugualmente” (homóiōs): esso sta a significare che il racconto inserito nella disputa ha una valenza esemplare, offre cioè un modello buono da imitare. Ma nella narrazione di Gesù è riconoscibile un aspetto provocatorio, dovuto proprio alla scelta di questo personaggio positivo. Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto (10,30). L’ambientazione del racconto è geograficamente precisa: la strada che porta da Gerusalemme a Gerico attraverso il deserto di Giuda è un itinerario ben noto ai pellegrini e – nella direzione inversa – sarà la strada percorsa da Gesù stesso alla fine del suo viaggio (cf. Lc 19,1.28). La vicenda narrata riguarda diverse persone che si incontrano casualmente: tutti sono caratterizzati dal fatto di essere in cammino. Il personaggio principale, presente in tutto il racconto, è assolutamente passivo e silenzioso: è «un uomo» generico (ánthrōpos tis), vittima di un’aggressione, spogliato dei vestiti e di ciò che possedeva, gravemente ferito e abbandonato sulla strada fra la vita e la morte. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre (10,31-32). Due altri personaggi compaiono sulla medesima strada e casualmente si imbattono in quell’uomo. A differenza di lui, questi sono qualificati in modo preciso: si tratta di un sacerdote (hieréus) e di un levita (leuítēs). Entrambi appartengono alla classe sacerdotale e sono quindi identificati certamente come Israeliti. In tutti e due i casi il narratore descrive le loro azioni, ripetendo gli stessi verbi: vedono, ma passano oltre; percepiscono cioè la situazione problematica, ma non si avvicinano e non entrano in relazione. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”» (10,33-35). Con una forte contrapposizione compare finalmente il personaggio positivo, che è espressamente indicato come appartenente al gruppo dei Samaritani, ben distinti dai Giudei e da questi disprezzati come eretici e considerati estranei al popolo eletto. Sembra chiaro che un tale personaggio sia introdotto volutamente con una motivazione provocatoria: il racconto non cerca semplicemente di evidenziare un contrasto fra chi è generoso e chi resta insensibile; tende piuttosto a rimarcare in modo problematico una distinzione socio-religiosa.

Il narratore si dilunga a descrivere molti particolari di per sé inutili, ma che vogliono sottolineare con grande enfasi il ritratto positivo di una persona che, secondo il normale punto di vista del giurista fariseo, avrebbe dovuto essere valutato come un “cattivo”. Anzitutto di lui si dice che «era in viaggio»: il participio presentehodéuōn richiama il sostantivo hodós (= “via”) e indica propriamente uno che è per strada, che compie un cammino. Fin dall’inizio il personaggio è dunque presentato in forte sintonia con il Cristo stesso che ha iniziato il suo viaggio decisivo. Giunto sul posto, il Samaritano «vide» il ferito, esattamente come era successo al sacerdote e al levita; ma la reazione che ne segue è ben diversa. Luca adopera al proposito un verbo molto significativo: esplanchnísthē (= “si commosse in modo viscerale”). Tale forma verbale deriva dal sostantivo splánchna che designa propriamente le “viscere” (cf. Lc 1,78) e indica quindi una forte emozione affettiva, un profondo e appassionato coinvolgimento “materno”. Il terzo evangelista adopera lo stesso verbo solo altre due volte, attribuendolo a Gesù quando incontra la vedova di Nain (7,13) e al padre della parabola quando può riabbracciare il figlio minore che torna a casa (15,20). Tale sentimento di misericordia si concretizza in tutte le azioni seguenti, descritte con cura. Anzitutto «si avvicinò» e medicò le ferite con mezzi di fortuna che poteva aveva con sé; quindi si fece carico di quell’uomo, prendendosi cura di lui in modo ancor più coinvolgente, pensando ad un intervento che possa portare lo sconosciuto alla piena guarigione. Entra così in scena un albergo: in greco è detto pan-dochéion, termine che letteralmente significa “il luogo che accoglie tutti”; analogamente l’albergatore (pandochéus) è indicato come l’onni-accogliente. A lui il Samaritano, pagando di persona, affida il compito di continuare a curarsi di quell’uomo: viene ripetuto come imperativo (v. 35) il verbo epimeléomai già usato all’indicativo (v. 34) per descrivere il primo intervento del Samaritano. Tale forma verbale non è tipica del medico che dà una terapia, ma esprime il senso comune di “prendersi cura” ed è proprio quell’atteggiamento che ci interessa. Inoltre il Samaritano promette di passare di nuovo, impegnandosi a pagare ogni ulteriore spesa.

Un esempio di “triangolo drammatico” 

Il racconto che Gesù ha proposto al dottore della Legge termina con una domanda, che porta inevitabilmente alla conclusione voluta. Possiamo così osservare – utilizzando il metodo dell’analisi narrativa – che questa parabola è strutturata secondo uno schema che è stato definito “triangolo drammatico”: si tratta di racconti in cui compaiono tre personaggi, significativamente correlati fra di loro. In genere due personaggi stanno sullo stesso piano e, senza essere in contrasto fra di loro, esercitano però una funzione differente: sono denominati rispondenti, in quanto rappresentano risposte contrastanti al tema centrale proposto dal racconto. Invece il terzo personaggio sta su un piano diverso, spesso ha una funzione di prestigio e – soprattutto – gioca il ruolo dell’arbitro: perciò viene chiamato determinante (o sovrano dell’azione). Applicando tale schema narrativo alla nostra parabola per scoprirne il contenuto teologico, dobbiamo riconoscere che il personaggio determinante è l’uomo ferito: egli è a tutti gli effetti “arbitro” della situazione, la valutazione degli altri personaggi è determinata dal confronto con lui. Sacerdote e levita sono strettamente accomunati e rappresentano quindi un’unica posizione; l’altro tipo di risposta invece è impersonato dal samaritano. Ma ci dobbiamo domandare: perché Gesù ha scelto come esempi negativi proprio un sacerdote e un levita? Non essendoci nel testo indicazioni precise, le risposte restano ipotetiche. Una potrebbe essere questa: secondo le norme di purità rituali i membri della classe sacerdotale erano tenuti ad evitare assolutamente il contatto coi cadaveri e coi moribondi; il loro comportamento si spiegherebbe quindi non come pigrizia o cattiveria, bensì come intenzione di osservare con scrupolo la legge. Paradossalmente invece un fuori-legge come il Samaritano compie un gesto di misericordia e così realizza veramente l’essenziale della legge: la nota critica sarebbe dunque verso la mentalità legalista che, osservando la lettera, rischia di tradire lo spirito. Il punto di vista di Gesù invece induce l’ascoltatore (e il lettore) a scoprire una prospettiva diversa e migliore.

Un’altra spiegazione risulta ancora più convincente. Nel racconto è evidente il contrasto fra i leviti appartenenti al popolo di Israele e il Samaritano che ne è escluso: l’appartenenza religiosa sembra quindi discriminante nei due tipi di reazione. Il dottore della Legge, che ha sollevato la questione del prossimo, si trova di fronte ad una storia con persone diverse da lui, appartenenti ad altri partiti e movimenti: nella prospettiva di chi vede l’altro come potenziale nemico da cui distanziarsi e difendersi, il giurista (molto probabilmente fariseo) ha difficoltà a valutare i differenti comportamenti. Comprendiamo così che l’impianto narrativo della parabola risulta un valido stratagemma per indurre l’ascoltatore a interpretare il racconto, valutando i personaggi e rimodellando il proprio punto di vista sulla visuale del narratore stesso. In tal modo Gesù ha guidato il giurista a cambiare prospettiva, riconoscendo che proprio quel “bastardo” di samaritano è stato prossimo, cioè capace di superare le barriere ideologiche, facendosi vicino a chi aveva bisogno, senza pregiudizi.

L’interpretazione cristologica 

Gli antichi lettori cristiani, oltre all’orientamento etico, hanno riconosciuto in questa parabola anche una componente cristologica: il personaggio del Samaritano infatti potrebbe essere un’immagine di Gesù stesso che, mosso da misericordia, si prende cura dell’umanità, realizzando così il divino progetto della salvezza. La più antica testimonianza di questa lettura si trova in Ireneo di Lione che, verso il 180 d.C., a proposito dello Spirito Santo afferma: Il Signore affidò allo Spirito Santo il suo uomo, che era caduto in potere dei briganti: ne ebbe compassione, gli fasciò le ferite, dando due denari regali affinché, ricevendo mediante lo Spirito l’immagine e la scritta del Padre e del Figlio, facciamo fruttificare il denaro a noi affidato e lo riconsegniamo al Signore moltiplicato (Adversus haereses III,17,3). In questa interpretazione il Cristo si prende cura del genere umano – il “bene proprio di Dio” (suum hominem) – affidandolo all’albergatore che è lo Spirito Santo, il quale porta a compimento l’opera del Cristo, in quanto rende l’uomo capace di far fruttificare i doni di Dio. Un’esegesi completa della parabola in chiave di allegoria cristologica è condotta da Origene nelle sue Omelie su Luca, composte verso il 230; ma ancora più interessante è la sua sintesi in un prezioso frammento conservato nell’originale greco, che traduco letteralmente:

Descriviamo dunque con un discorso sintetico il significato della parabola. L’uomo “può essere ricondotto” (anághetai) ad Adamo ovvero al discorso sull’uomo e sulla sua vita in precedenza e sulla caduta dovuta alla disobbedienza. Gerusalemme [rimanda] al paradiso ovvero alla Gerusalemme di lassù; Gerico invece al mondo. I briganti [rinviano] alle forze avverse, sia i demoni sia i falsi maestri che vengono al posto di Cristo: le ferite [richiamano] la disobbedienza e i peccati; mentre lo spogliamento delle vesti [allude] al fatto di essere denudato dell’incorruttibilità e dell’immortalità e di essere stato privato dell’intera virtù; il fatto che lascino l’uomo mezzo morto dimostra che la morte raggiunge metà della natura, giacché l’anima è immortale. Il sacerdote [rimanda] alla legge, il levita al discorso profetico, il Samaritano a Cristo, che ha preso la carne da Maria; l’animale da soma [rinvia] al corpo di Cristo, il vino alla parola che istruisce e corregge, l’olio alla parola della bontà (philanthrōpía) e misericordia (éleos) ovvero della carità viscerale (eusplanchnía). L’albergo [richiama] la Chiesa; l’albergatore [allude] agli apostoli e ai loro successori, vescovi e maestri delle Chiese, ovvero agli angeli che presiedono alla Chiesa. I due denari [richiamano] i due testamenti, l’antico e il nuovo, ovvero l’amore verso Dio e quello verso il prossimo, oppure la conoscenza relativa al Padre e al Figlio. Infine il ritorno del Samaritano [si riferisce] alla seconda manifestazione di Cristo (ORIGENE, Homélies sur s. Luc, SC 87, Paris 1962). Seguita anche da Agostino (Quest. Ev. 2,19), questa interpretazione divenne comune in Occidente e in tutto il Medioevo influenzò anche la produzione artistica. Ne sono esempio, fra i molti possibili, due splendide vetrate gotiche nelle cattedrali di Chartres e Bourges in cui i quadri della parabola sono accompagnati (e interpretati) dalle scene del peccato originale e della passione di Cristo, per evidenziare il ferimento dell’uomo e le cure prestate dalla misericordia divina. L’esegesi moderna, seguendo il metodo storico-critico, ha rigettato assolutamente una simile interpretazione; tuttavia un approccio più moderato può permettere di riconoscervi degli elementi di valore. «Il samaritano adotta in realtà i sentimenti e riprende i gesti di Cristo stesso» (F. BOVON, Vangelo di Luca, II, Paideia, Brescia 2007, 120). Infatti il modello positivo che il racconto lucano intende proporre è proprio Gesù Cristo, che col suo cammino storico si è fatto effettivamente vicino all’uomo, offrendogli la possibilità di guarire dalla ferita del peccato. In questa linea si colloca anche la tradizione liturgica che nella nuova edizione italiana del Messale propone un Prefazio (comune VIII), intitolandolo “Gesù, buon samaritano”: Nella sua vita mortale egli passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancor oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. Per questo dono della tua grazia, anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale del tuo Figlio crocifisso e risorto.

Fonte: miprendocuradite

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