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Editoriale
Claudio Doglio

La Lettera a Tito è molto simile alla prima Lettera a Timoteo; anche se più breve, tratta gli stessi argomenti, nello stesso modo e con il medesimo stile. Minore è tuttavia l’insistenza sulle deviazioni dottrinali, anche se si riconosce la presenza, pure a Creta, di falsi dottori. Il primo articolo di questo fascicolo ha, dunque, il compito di richiamare i tratti propri della Lettera a Tito, presentando il ritratto del ministro della comunità e quello dei dissidenti: oltre al compito di correggere, al discepolo spetta il dovere di armonizzare fede e opere, come garanzia di credibilità e ortodossia (Rosalba Manes).
Al centro delle varie esortazioni pastorali l’autore inserisce due testi speciali (2,11-14; 3,4-7), accomunati dal linguaggio ellenistico della epifania: sembrano confessioni di fede comunitaria, probabili riletture di antichi inni battesimali, con cui si riconosce l’opera salvifica della grazia di Dio «apparsa» in Cristo Gesù (Claudio Doglio). Un altro elemento importante delle lettere pastorali è costituito dal motivo epistolare dell’assenza-ritorno di Paolo (apousía – parousía), che serve soprattutto a definire il processo di trasmissione del «deposito della fede» dall’Apostolo ai suoi successori: infatti, in un periodo successivo a Paolo, questi scritti evidenziano come la speranza si esercita concretamente nell’accogliere la sfida del «tempo che dura», attraverso l’impegno e la testimonianza dei pastori e di tutti i credenti in Cristo (Giuseppe De Virgilio).
La seconda Lettera a Timoteo si discosta un po’ dalle altre due, perché ha tutto il sapore di un testamento spirituale. È la più paolina delle «pastorali» e alcuni studiosi la ritengono almeno in parte autentica. Un primo testo che attira la nostra attenzione (2Tm 1,1-18) concentra in tre verbi espressivi e progettuali la profonda relazione tra Paolo e il discepolo Timoteo: ricordare nelle preghiere, ravvivare il dono di Dio e custodire il deposito della fede (Giuseppe De Virgilio). L’imitazione della forza di Paolo nella sofferenza viene inoltre proposta ai pastori come inevitabile esigenza che deriva dal loro ufficio: essi sono invitati ad attingere forza dalla grazia di Cristo di fronte ai nuovi problemi provenienti dall’interno (eresie) e dall’esterno (persecuzioni), nella seconda metà del I secolo d.C. (Tiziano Lorenzin). A questo proposito l’autore adopera l’immagine del «buon soldato di Cristo», che ha avuto nei secoli successivi varie risonanze teologiche: l’esame di tali riletture non getta solo uno sguardo sul passato, ma intende soprattutto individuare la valenza spirituale dell’argomento (Sebastiano Pinto). Dall’unità testuale di 2Tm 3,1-4,5 si evidenzia quindi il tema del generare alla fede, con l’identificazione di due distinte dimensioni: la testimonianza di vita cristiana e il riferimento costante ed esistenziale alla sacra Scrittura (Guido Benzi). Infine, ci è proposto l’esame del passo conclusivo (2Tm 4,6-8) in cui l’Apostolo, consapevole della morte imminente, fa il bilancio della sua vita ed esprime la propria profonda convinzione di fede (Annalisa Guida).
Nella seconda parte della rivista, dedicata alle rubriche, viene anzitutto studiato l’uso insistente che i testi del Concilio fanno del c. 4 della Lettera agli Efesini (Carlo Ghidelli). Si delinea poi il metodo della lectio divina, come esempio tradizionale di lettura orante della Scrittura, percorso graduale, faticoso ma esaltante (Dionisio Candido). Quindi, dopo la rassegna di «Vetrina biblica», ammiriamo un quadro di Rembrandt che mostra il vecchio Paolo rinchiuso nella cella di una prigione (Marcello Panzanini).
Al centro del fascicolo, infine, la scheda biblica (Serena Noceti) è dedicata al tema della custodia del deposito di fede, tipico delle lettere pastorali.

Fonte: ParolediVita

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